Questione decisiva della vita: accogliere o rifiutare Dio Padre buono, suo Figlio Gesù, lo Spirito Santo Amore. In noi, regna l’affanno e l’ansia, oppure una visione spirituale dell’esistenza?
Un esempio molto semplice. Giovedì 12 marzo 2026, cortile di una casa salesiana del Triveneto, al momento dell’uscita dalle scuole, attività… un nonno si accascia a terra x un infarto o ictus: agitazione generale, massaggio cardiaco, chiamati i soccorsi… poi una ragazzina di 1° media si avvicina al salesiano lì presente: «Don, qui noi siamo inutili, stiamo solo rendendo più difficili i soccorsi: potresti per favore aprirci la chiesa?» Il salesiano è parecchio stupito, poi accetta e buona parte dei ragazzi e dei genitori si spostano in chiesa. Giusto per aggiornarci: il signore anziano è stato veramente salvato, gli stessi medici parlano di un «miracolo». Il battito del suo cuore è inaspettatamente ripreso.
In particolare, oggi, si tratta dell’accoglienza dello Spirito Santo: è Dio stesso che può abitare in noi.
Prima di tutto, ascoltiamo quanto ci ha donato Papa Leone, dopo l’Angelus di domenica scorsa 1° marzo 2026: «Cari fratelli e sorelle! Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile. Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace».
Permettetemi di tornare da san Giovanni Paolo II, domenica 9 maggio 1993, nella visita pastorale in Sicilia, durante l’Omelia della Concelebrazione eucaristica nella Valle dei Templi: «Quando l’uomo si apre alla fede, sperimenta che l’egoismo è sostituito dall’altruismo, l’odio dall’amore, la vendetta dal perdono, la cupidigia dal servizio amorevole, l’egoismo e l’individualismo dalla solidarietà, la divisione dalla concordia – così come è chiamato questo antico tempio vicino ad Agrigento –, la violenza dalla misericordia. Ciò avviene quando l’uomo si apre alla fede. Quando, invece, si rifiuta il Vangelo e il suo messaggio di salvezza, s’avvia un processo di logoramento dei valori morali, che facilmente ha contraccolpi negativi sulla stessa vita sociale. Non è forse da ravvisare in questo la ragione ultima del fallimento di una cultura impostata sul tornaconto personale, che non considera i reali bisogni delle persone, specialmente delle più povere, condannate a rimanere vittime delle ingiustizie di una società sempre più competitiva e sempre meno solidale? La vera forza in grado di vincere queste tendenze distruttive sgorga dalla fede. Questa, però, esige non solo un’intima adesione personale, ma anche una coraggiosa testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male. Essa esige qui, nella vostra terra, una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile».
Al termine della Santa Messa, dopo la Benedizione finale, Giovanni Paolo II pronunciò queste parole a braccio (la trascrizione che segue è letterale, quindi con qualche imperfezione grammaticale): «Carissimi, vi auguro, come ha detto il diacono, di andare in pace: di andare in pace di trovare la pace nella vostra terra. Carissimi, non si dimentica facilmente una tale celebrazione, in questa Valle, sullo sfondo dei templi: templi provenienti dal periodo greco che esprimono questa grande cultura e questa grande arte ed anche questa religiosità, i templi che sono testimoni oggi della nostra celebrazione eucaristica. E uno ha avuto nome di “Concordia”: ecco, sia questo nome emblematico, sia profetico. Che sia concordia in questa vostra terra! Concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime! Che sia concordia! Questa concordia, questa pace a cui aspira ogni popolo e ogni persona umana e ogni famiglia! Dopo tanti tempi di sofferenze avete finalmente un diritto a vivere nella pace. E questi che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio! Carissimi, vi ringrazio per la vostra partecipazione per questa preghiera così suggestiva, profonda, partecipata. Vi lascio con questo saluto: Sia lodato Gesù Cristo, via verità e vita! Amen».
Nella verità di Dio e della persona umana, al cuore del vangelo di oggi, troviamo l’incontro e il dialogo di Gesù con una donna samaritana. Per noi, tutto potrebbe sembrare normale, ma rispetto alla situazione culturale e religiosa di quel tempo Gesù si comporta in modo scandaloso e totalmente folle. È da solo e parla con una donna, da sola e in più Samaritana. Tutto questo appare del tutto inammissibile. Il messaggio: «L’uomo e la donna, il maschio e la femmina, nella loro diversità o complementarietà, godono entrambi di una dignità infinita. Nessuno ha diritto di affermare o (peggio ancora) dimostrare il contrario: “Guai a lui!”, “Guai a chi pensasse questo anche solo lontanamente”».
Da parte di Giudei e Galilei, i Samaritani erano considerati tutti eretici e peccatori (anche se ricordiamo, ad esempio, la parabola con cui Gesù parla del buon Samaritano). Gesù ci sta dimostrando qualcosa di molto importante e bello. «Donna, guarda che puoi fidarti di me, di Gesù. Io desidero solo e semplicemente il tuo bene; non sono qui per giudicarti o per farti del male: desidero solo che tu trovi il coraggio di ammettere le tue debolezze e di lasciarti liberare da esse». Addirittura: «Io sono il tuo Dio, ma in maniera completamente diversa da come tu te lo aspetti. Sono disposto a patire, a finire in croce, a risorgere, a donarti lo Spirito Santo di mio Padre… perché tu, proprio tu sia e ti senta amata di un Amore diverso, imprevedibilmente più grande di quello a cui sei abituata». Gesù proclama e testimonia la verità sull’intero popolo dei Samaritani: «Siete Figli di Dio, Amati da Dio». «Non è mai esistito, non esiste, non esisterà mai un popolo al mondo che non sia Amato da Dio, la verità di ogni popolazione consiste nell’essere Amata e nel lasciarsi Amare». Se ascoltiamo tutte le Parole e la Vita di Gesù, ci accorgiamo che questo messaggio è stato per lui totalmente chiaro.
«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
1° marzo 2026, 2° domenica di Quaresima
Il tempo di Quaresima è speciale per l’invito all’ascolto, alla conversione, alla scelta di ciò che è veramente necessario: riconosco ciò che è essenziale e dimostro il mio «sì». Invece, abbandono ciò che è superfluo, inutile e dannoso. Perché, allora, in questa domenica, verso il cuore della Quaresima, ci viene presentato l’episodio della Trasfigurazione? La Trasfigurazione di Gesù mostra e testimonia il «vero» Gesù: vero uomo come noi (eccetto il peccato) e vero Dio. Se riduciamo Gesù al solo guaritore, predicatore, capaci di miracoli, il presunto condottiero che avrebbe liberato Israele dall’occupazione romana, non capiamo nulla. Nulla di Lui e nulla di noi. Gesù è vero Dio, è luce totalmente abbagliante, è Amore infinitamente al di là delle nostre aspettative. Confrontando i vangeli a riguardo di questo episodio, scopriamo che esso non viene capito dagli apostoli e dai discepoli. Quando Gesù, poco dopo, ribadisce l’annuncio del dono d’Amore della propria passione, croce, risurrezione, «Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento». (Luca 9,45). Non solo. Poco dopo aver contemplato quasi «faccia a faccia» la gloria di Dio, spettegolano tra loro, litigando tra loro a riguardo di chi di essi sia il più grande.
La Trasfigurazione ci viene presentata qui, all’inizio della Quaresima, perché ci lasciamo chiarire le idee sul nostro obiettivo: «conoscere» con tutto di noi, fare esperienza di Gesù. Quindi, imparare a guardare ad ogni persona umana (ed anche a noi stessi) nella prospettiva della Trasfigurazione.
Conosco Gesù quando lo vedo trasfigurato.
Conosco il mio prossimo quando, nell’altro, riconosco Gesù trasfigurato.
Il vangelo, con l’esistenza cristiana che esso propone, sembra offrire un percorso tra la «Verità» solida (quella autentica) di Gesù e la posizione – tanto pigra quanto colpevole – di Pilato: «Che cos’è la verità?» Nel brano del vangelo di Matteo, che ci viene consegnato durante questa liturgia eucaristica, ognuno di noi può trovare moltissime implicazioni o conseguenze di una scelta, indirizzata o verso la verità o in direzione della menzogna. Cercando il significato più «vero» (!) e spirituale delle parole di Gesù, potremmo trovarci molto rassicurati o, al contrario, sconvolti e stravolti. Si tratta di un bivio decisivo per la nostra esistenza e felicità (di oggi e del «per sempre»). Ecco: «Io che ti parlo, tu che mi ascolti… desidero vivere in verità o scelgo (per 100.000 motivi, forse tutti rispettabili) di essere falso?». Peggio ancora: «Ti faccio del male (anche volontariamente), ma rivestendo tale cattiveria di tantissime false motivazioni di bene: «Ti impongo questo per il tuo bene»; «Devi assolutamente fare bella figura»; «Ti ricatto e non ti permetto di fare quel lavoro (secondo me troppo umile), perché mi faresti perdere la faccia di fronte agli amici o alle amiche del caffettino pomeridiano». Poi, assieme a questo, tutto quello che la diabolica-distruttiva fantasia umana può arrivare a concepire.
La troviamo in tantissime espressioni: “Dare un colpo di grazia, vivere in uno stato di grazia, trovare grazia presso qualcuno, un anno di grazia….”. In ambito religioso: “Essere in grazia di Dio, vivere in grazia di Dio, morire in grazia di Dio, essere fuori dalla grazia di Dio….”.
Una grazia tanto parlata, ma forse poco richiesta. Eppure è un Dono di Dio che elargisce a piene mani, anzi potremmo dire che fa piovere sulle persone; ma che a conti fatti sembra che tanti, soprattutto ai giorni nostri, aprano l’ombrello per proteggersi invece che lasciarsi riempire di Grazia.
“Ti saluto o piena di Grazia, il Signore è con te”. Dio, attraverso l’Angelo, saluta Maria chiamandola “piena di Grazia”: sta facendo preferenze? Assolutamente no! Anche noi possiamo essere pieni di Grazia.
La Misericordia di Dio è Amore senza limite, è la compassione di Dio nei confronti del nostro peccato. La Grazia è il dono di Dio che ci permette di vivere non con le nostre sole forze, ma appunto con la forza di Dio. Non diventeremo perfetti, in quanto creature imperfette, ma potremo avvicinarci a Dio.
Definendo me stessa: da persona dalla fede tiepida (cioè appartenente a quelle persone che papa Francesco definiva “i peggiori”, quelli che non prendono posizione, quelli che dicono ma non fanno) alla conversione. Una persona che ha riconosciuto la sua debolezza, la sua incapacità e il suo nulla Una persona che ha gridato tutto il suo dolore e che ha chiesto aiuto a Dio. E Dio ha risposto con il dono della conversione e della fede. Piano piano ho aperto gli occhi, le orecchie e soprattutto il cuore.
Ora, passando per il cuore Immacolato di Maria, chiedo il dono della Grazia per farmi sempre più vicina a Suo Figlio.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra». «Voi siete la luce del mondo».
Esattamente con la medesima delicatezza ed efficacia di 2.000 anni fa, Gesù lo ripete a noi oggi: «Voi siete il sale della terra». «Voi siete la luce del mondo». La Chiesa in tutto il mondo è sale e luce. Io che lo proclamo mentre ne dubito, tu che mi ascolti (magari dopo aver perso la speranza) lo sei davvero, «Tu sei il sale della terra». «Tu sei la luce del mondo».
Straordinario. Fantastico: «È troppo bello per essere vero!». Ma se viviamo di Cristo e in Cristo è semplice verità. Lasciamo risuonare in noi questo dono, tale messaggio. Permettiamo al buon Dio di «rivoltare completamente la frittata» della nostra vita. Sale e luce «a modo mio», a mio vantaggio e secondo i miei capricci? Oppure sale e luce «come piace a Dio?»
Consegnandoci queste verità così rivoluzionarie, Gesù utilizza i verbi nel modo indicativo, al tempo presente. Non abbiamo sentito: «Voi sarete», «Voi sareste forse», «Voi dovete essere». Molto semplicemente, «Voi siete» sale della terra e luce del mondo. Non si tratta di un ordine, di un desiderio che cade nel nulla, di una proposta. È la semplice e chiara verità.
Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo don Bosco). La località “I Becchi” è un rione di Morialdo, ora Colle don Bosco in onore al Santo ivi nato
lo non toccava ancora i due anni, quando Dio misericordioso ci colpì con grave sciagura [Questa espressione affida la sciagura a «Dio misericordioso». Le parole usate da Don Bosco rivelano la visione di fede di chi legge ogni evento nell’ottica della misericordia divina, capace di trarre dal male il bene e di trasformare la croce in benedizione]. L’amato genitore, pieno di robustezza, sul fiore della età, animatissimo per dare educazione cristiana alla figliuolanza, un giorno, venuto dal lavoro a casa tutto molle di sudore incautamente andò nella sotterranea e fredda cantina. Per la traspirazione soppressa in sulla sera si manifestò una violenta febbre foriera di non leggera costipazione. Tornò inutile ogni cura e fra pochi giorni si trovò all’estremo di vita. Munito di tutti i conforti della religione raccomandando a mia madre la confidenza in Dio, cessava di vivere nella buona età di anni 34, il 12 maggio 1817. Non so che ne sia stato di me in quella luttuosa occorrenza; soltanto mi ricordo ed e il primo fatto della vita di cui tengo memoria, che tutti uscivano dalla camera del defunto, ed io ci voleva assolutamente rimanere. «Vieni, Giovanni, vieni meco», ripeteva l’addolorata genitrice. «Se non viene papà, non ci voglio andare», risposi. «Povero figlio, ripigliò mia madre, vieni meco, tu non hai più padre».